Ho provato (e forse provo ancora in parte) sulla mia pelle la sindrome del 7b+.
Se si arrampica con una certa costanza, la cosa piace e non si è negati per il freeclimbing, penso che un 7b+/7c lo riescano a scalare prima o poi gran parte dei climbers “medi”.
E poi? Poi c’è il rischio sedentarietà. Insomma, scali il 7b+/7c abbastanza tranquillamente, di certo non sei un “pro” ma non sei nemmeno uno tanto scarso alla fine, potresti quasi dirti soddisfatto. Primo elemento pericoloso.
Prossimo passo: arrivare al 7c+/8a. Che forse ti pare dietro l’angolo, l’evoluzione naturale. Non lo è, per nulla. Secondo elemento di pericolosità.
Come cantavano i Joy Division, “when routine bites hard and ambitions are low”: dato che di sicuro sono almeno un paio d’anni che si arrampica se si è arrivati a questo livello, le falesie della zona in cui vivi più o meno le conoscerai fin troppo bene. Gli stimoli ad impegnarsi sono naturalmente diminuiti rispetto a quando il mondo era una distesa infinita di 6a/6b da domare. Ora ti restano i 7b/7c più duri ed infami dei posti dove scali: le patatine fritte le hai già mangiate tutte, c’è da togliere dal piatto quell’ammasso di broccoletti verdastri che nessuno voleva.
In questo contesto si inseriscono spesso elementi contingenti non legati al freeclimbing (troppo lavoro, troppo poco lavoro, casini in famiglia, problemi di salute o infortuni, eccetera … ) e/o condizioni meteo come quelle di questo inverno che –almeno dalle mie parti- non invogliano proprio ad una giornata in falesia.
Si innesca una specie di circolo vizioso: alle prime esperienze negative in falesia –la via che ti bastona, malesseri vari da freddo o altro, semplicemente una giornata storta- le tue motivazioni subiscono un colpo duro. La volta dopo hai già meno voglia e sei ancora più prono a far andar male le cose, cosa che puntualmente accadrà, dato il morale con cui ti presenti su roccia.
Risultato: una specie di inedia arrampicatoria, che ti lascia vivacchiare in falesia e/o palestra abbastanza noiosamente per settimane, senza progetti o voglia di allenarti in una climax discendente, fino a quando tra i tuoi pensieri spunta la domanda “chi me lo fa fare?”.
A quel punto, a diluire moltissimo le uscite in falesia si fa davvero presto e probabilmente anche a prendersi una “pausa di riflessione” -propongo la sedia elettrica per chi ha coniato quest’espressione.
Se ne viene fuori? E come? Si, se ne viene fuori. Come non so. Un giorno sono tornato ad arrampicare e tutto era di nuovo ok, come se un inverno di merda non fosse mai arrivato. E’ bastata l’aria della primavera e tutto si è sciolto sotto il primo sole di marzo. Da quello che ho visto non è per tutti così però.
Misteri della vita in falesia. Amen.














probabilemnte scalo da troppo poco per comprendere certi meccanismi, eppure… forse non c’è nessun mistero, o almeno nessun mistero nuovo. La roccia dà tanto e altrettanto si riprende, e senza nemmeno chiedere… così come la vita. Credo si finisca per amarla e odiarla allo stesso tempo. Come la vita. A volte hai così tanta energia che non resta che correre, a volte persino a strappi e a strattoni, e può finire che ci resti bruciato. A volte hai bisogno di fermarti in acque calme, e ti tieni ai margini, magari esiti a ogni passo, e la sete di vivere può diventare insopportabile. Si vive e si soffre, finchè “un giorno ti svegli e tutto è di nuovo ok, come se quell’inverno di merda non fosse mai arrivato”. Nessun mistero, se non quello dell’esistere. Nessuna soluzione, se non quella di restare pronti a percepire il cambiamento, pronti a sentire il vento quando cambia direzione, l’onda quando ti solleva, e i segnali del corpo quando risponde prima che la mente ordini e puoi volare sulle dita, lasciando in basso ogni dolore, ogni confusione e indecisione.