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"La morte a Venezia" - T. Mann
"Sostiene Pereira" - A. Tabucchi
"Pelle di leopardo" - T. Terzani
"Storia della mia gente" - E. Nesi

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La Bellezza e i barbari

I veri popoli barbari non sono quelli che non hanno mai conosciuto la grandezza, ma quelli che, avendola conosciuta in passato, non sono più in grado di riconoscerla

Marcel Proust, citato da Corrado Augias in “La Bellezza e i Barbari”, Le Repubblica del 04/09/2011, p. 29

Un leopardo a cinquemila metri

He thought about alone in Constantinople that time, having quarreled in Paris before he had gone out. He had whored the whole time and then, when that was over, and he had failed to kill his loneliness, but only made it worse, he had written her, the first one, the one who left him, a letter telling how he had never been able to kill it … How when he thought he saw her outside the Regence one time it made him go all faint and sick inside, and that he would follow a woman who looked like her in some way, along the Boulevard, afraid to see it was not she, afraid to lose the feeling it gave him. How everyone he had slept with had only mad him miss her more. How what she had done could never matter since he knew he could not cure himself of loving her. [...]”

E. Hemingway, The Snows of Kilimanjaro, 1932

Il freeclimbing secondo me

“Gustav Aschenbach  era il poeta di tutti coloro che lavorano sull’orlo dell’esaurimento, di coloro che sono oppressi da un peso eccessivo, già estenuati eppure ancora in piedi, di quei moralisti della produzione che, di corporatura gracile e di mezzi scarsi, mediante il rapimento della volontà e una saggia amministrazione, ottengono, almeno per un certo periodo di tempo, gli effetti della grandezza. Sono in molti, sono loro gli eroi dell’epoca.”

Thomas Mann, “La morte a Venezia”, Feltrinelli Editore.

A friendly reminder

Torno a  scrivere dopo la solita era geologica, ma è successo talmente tanto -o talmente poco, dipende dai punti di vista- che la voglia ed il tempo di muovere le dita sulla tastiera mi era davvero passato.

Stamattina mi sono alzato davvero di cattivo umore, come a volte mi capita,  anche perché la stanchezza di chi lavora ad Agosto inizia a farsi sentire.  Dopo un caffè che non ha sortito gli effetti sperati, mi sono messo a sfogliare un quotidiano locale:  gli occhi scorrono sulla pagina ma il mio cervello non sta leggendo,  guarda i caratteri stampati come se fossero scrittura ieratica egiziana. In realtà non mi interessa sapere nulla: lo so già che le fabbriche chiudono, lo so già che i politici locali spendono troppo e falsamente promettono che taglieranno, lo so già che ci sono dei cretini che stanno pensando di fare affari stuprando con migliaia di metri cubi di cemento la mia stupenda campagna umbra per costruire l’ennesimo centro commerciale. So già tutto e oggi non mi interessa, sono già di cattivo umore per i fatti miei, grazie.

Di colpo poi vedo una foto di un volto che conosco. Che ci fa sulla pagina della cronaca? La pagina di cronaca dei giornali locali non è un bel posto dove pubblicare la propria foto, assolutamente non lo è.

“Ciao  XXXXX”.

Il solito titolo da due soldi per evitare la parola morte e tutto quello che ci gravita attorno. Non ci posso credere e non ci voglio credere.

Non eravamo amici, no, poco più che conoscenti. Quando volevo distrarmi dallo schermo del mio pc per qualche minuto era da lui che andavo a prendere un caffè ed a sentire quel che si diceva al bar. Raramente mi univo alle discussioni, col mio carattere ed il mio tono di voce non sono certo adatto all’oratoria chiassosa di un locale pubblico, ma mi piaceva stare lì anche solo ad ascoltare. Mi piaceva il clima che c’era in quel posto e mi piaceva come XXXXX gestiva le cose ed i rapporti con le persone. Uscivo da quel posto sempre col sorriso o quasi.

Ci siamo visti l’ultima volta a fine luglio, salutandoci con una bella risata dopo un venerdì di lavoro lungo per entrambi.  Non si pensa mai che potrebbe essere l’ultima volta. Penso a sua moglie, alla sua famiglia, che sono stati colpiti così violentemente, a tradimento quasi. E’ una delle rare volte che un lutto non “vicino” mi colpisce così tanto.

Penso a quanto sono coglione col mio malumore di stamattina, penso al fatto che ancora ho uno dei doni più preziosi che gli dei facevano agli uomini secondo gli antichi Greci: i miei occhi possono ancora vedere la luce del sole. Di colpo è come se avessi aperto delle tende pesanti in una stanza buia e capisco che sono uno dei tanti, troppi bambini viziati che vuole sempre un giocattolo nuovo per essere contento.

Per l’ultima volta io e XXXXX ci lasciamo, per l’ultima volta mi viene regalato un sorriso. Grazie.

Andrew Burr

Perdete qualche minuto per ammirare i lavori di Andrew Burr, roccia e non solo.

Il sito di Andrew Burr

Le chat

Milou
Milou, a photo by nordmark79 on Flickr.

Viens, mon beau chat, sur mon coeur amoureux;
Retiens les griffes de ta patte,
Et laisse-moi plonger dans tes beaux yeux,
Mêlés de métal et d’agate.

Lorsque mes doigts caressent à loisir
Ta tête et ton dos élastique,
Et que ma main s’enivre du plaisir
De palper ton corps électrique,

je vois ma femme en esprit. Son regard,
Comme le tien, aimable bête,
Profond et froid, coupe et fend comme un dard,

Et, des pieds jusques à la tête,
Un air subtil, un dangereux parfum,
Nagent autour de son corps brun.

“The Scene”

La cosa che ci spinge a scalare. L’eterna ricerca mai soddisfatta. Oceani di parole si sono sprecati sul tema: la sfida con la roccia, con gli altri, con se stessi, la rabbia, l’insoddisfazione… potrei continuare per non so quanto tempo con una epitome più o meno esaustiva dell’argomento. Tuttavia la cosa di cui non ci ricordiamo molto spesso -vorrei dire mai- è la bellezza, la ricerca di una “linea” ideale, del movimento che tende al perfetto, della leggerezza, la danza con la roccia e sulla roccia, l’eleganza del volo della farfalla. Insomma, quello che Alessandro Lamberti chiama un’esperienza estetica, se non ricordo male.

Questo mi è venuto in mente quando oggi sono incappato nel trailer dell’ultima opera di Chuck Fryberger (vi ricordate l’incredibile “Core”?), “The Scene”. Non spreco più nemmeno una parola, lascio spazio alle immagini. Unico “neo”: ci sarà da aspettare l’autunno.

 

The Scene Official Trailer from Chuck Fryberger on Vimeo.

Maja Vidmar, un ritratto

NO NUMBERS from Jure Niedorfer on Vimeo.

Un bel ritratto di Maja Vidmar, una tra i miei climber preferiti.

PS: Il cane però mi fa un po’ schifo.

Problematiche dell’accesso

 

Premetto che questo non vuol essere un predicozzo, ma solo una serie di consigli nati dall’aver osservato troppe volte in falesia dei comportamenti “scorretti”, fastidiosi per il prossimo e quantomeno maleducati.

Dato che la bella stagione è ormai arrivata, molti arrampicatori, specialmente coloro che sono alle prime armi, intensificheranno le loro uscite in falesia e vorrei solo dare qualche consiglio per rendere più gradevole per tutti questa esperienza e per fare sì che chi frequenterà quei luoghi dopo di noi continui a godere della stessa gradevole esperienza.

Prima di tutto, cosa vuol dire “problematiche dell’accesso”? Nel gergo poco comprensibile dei climber, si intende con questa espressione la cura rivolta a conservare il più possibile intatti i luoghi in cui si svolge la nostra attività preferita, ossia l’arrampicata (corda, boulder, non importa).

Iniziamo dalle basi, ossia l’accesso -nel senso letterale del termine- al posto in cui si scala. Se si tratta di un terreno pubblico –esempio tipico Ferentillo con i settori Balcone o Mummie- ovviamente non ci sono problemi: chiunque può andare lì e arrampicare in piena libertà. Tuttavia ci sono alcune falesie (parlo di quest’ultime perché sono un falesista incallito ma lo stesso si può dire ovviamente del boulder) che sono poste in terreni privati: in questo caso non si può andare e fare come ci pare, ma bisogna informarsi PRIMA se quella falesia è accessibile e se il proprietario del terreno gradisce la nostra presenza. Se così non fosse, è bene rinunciare alla nostra giornata o quantomeno cambiare obiettivo.  Spesso, almeno in Umbria, anche nei terreni privati –come la mia falesia “di casa”, Ceselli- gli arrampicatori sono benvoluti,  grazie a dei proprietari benevoli ed al buon operato di chi ci ha preceduto: è sempre bene però informarsi, da dei “locals” o magari da nostri amici più esperti del luogo, se effettivamente si possa scalare in un terreno privato e –lo sottolineo ancora- se il proprietario non gradisce, NON SI SCALA IN UN CERTO POSTO.

A volte però anche i terreni pubblici possono riservare qualche sorpresa: può capitare infatti che una falesia venga interdetta al pubblico per i più svariati motivi, che potrebbero essere legati alla sicurezza del luogo (è successo da poco alla Grotta a Sperlonga) o magari più spesso alla tutela di fauna o flora locale che potrebbe subire impatti seri dalla presenza umana (vedi il divieto che fino a poco tempo fa vigeva per le gole del Furlo).  Anche in questo caso, la regola è sempre quella di chiedere prima a chi conosce bene quei posti e di non sfidare i divieti, per quanto assurdi possano apparirci.

Un’ultima nota: il boulder e l’arrampicata sportiva richiedono quasi sempre di muoversi in automobile. Quando si arriva in falesia, è bene utilizzare solo le aree adibite “ufficialmente” a parcheggio, che di solito sono ben riconoscibili, e non andarsi a “inventare” parcheggi fantasiosi per risparmiarci la fatica di fare cinquanta metri in più a piedi. Se non ci fosse posto, si parcheggia un po’ più lontano e si fa qualche passo in più, ma si evita di danneggiare prati, boschi o altro con la nostra auto.

Questo esaurisce una parte preliminare ma non meno importante relativa all’accesso. Veniamo ora alla “etichetta” del buon arrampicatore, o quella che almeno credo sia secondo me, ma sono osservazioni di buon senso che derivano da quel minimo di esperienza che mi sono fatto.

Inizio da un problema di stretta attualità, ossia i rifiuti: la regola è semplice in questo caso, non si lascia NULLA in falesia. Niente fazzoletti, niente cartacce, nessuno scarto di imballaggi e packaging di materiale d’arrampicata, niente bottiglie di plastica o vetro, niente pacchetti di sigarette, niente plastica, nessun pezzo di nastro per le dita.

Soprattutto: riportatevi a casa i vostri mozziconi di sigaretta! Se qualcuno obietta che sono biodegradabili, sappia che il mozzicone si decompone mediamente in un anno (la sigaretta senza filtro impiega circa tre mesi) e, se tutti i fumatori –che non son pochi- lasciassero in giro i propri mozziconi, le nostre falesie sarebbero ridotte a dei portacenere.

La soluzione è semplice: se non si vuol gestire la cosa in proprio, basta che uno del nostro gruppo si attrezzi con un sacchetto per i rifiuti di tutti che poi si riporta a casa la sera e si smaltisce correttamente. Trés facile direi. Magari, se si trova qualche rifiuto lasciato da qualche incivile che ci ha preceduto, si può pulire anche lo sporco altrui.

Si può forse fare un’eccezione per piccoli scarti alimentari completamente biodegradabili, come le bucce di frutta: se non le volete riportare a casa, almeno non lasciatele in vista e depositatele lontano dalla zona in cui si scala.

Altra cosa da non sottovalutare, le deiezioni umane. A parte il raro caso di falesie in cui è facilmente raggiungibile un posto dotato di servizi pubblici (ad esempio l’Isola o Le Mummie di Ferentillo), saremo obbligati ad espletare i nostri bisogni fisiologici all’aria aperta. Capisco che possa sembrare sciocco od eccessivo, ma se tutti si comportassero senza un minimo di regole ci ritroveremmo con dei veri e propri letamai.

Di solito ogni falesia ha un luogo adibito a tale scopo facilmente identificabile: servirsene e dopo cercare di lasciare meno tracce possibili, ricoprendo con sassi, terra o foglie quello che si è “lasciato”. Scavare una piccola buca sarebbe ovviamente l’ideale, ma non sempre è possibile. Ovviamente evitare per pigrizia di utilizzare altre aree, vicine alla zona in cui si scala o vicine ai sentieri, se non altro per ragioni d’igiene e un minimo di decoro.

Gli assorbenti intimi femminili non vanno assolutamente abbandonati! NON SONO BIODEGRADABILI (ci vogliono decine e decine di anni per la decomposizione!) e, oltre ad essere estremamente sgradevoli alla vista come rifiuti, sono molto pericolosi per l’ambiente e gli animali: VANNO QUINDI OBBLIGATORIAMENTE RIPORTATI A CASA E SMALTITI.

Per quello che riguarda la conservazione invece dell’ “ecosistema” del posto in cui si scala, valgono le normali regole di buon senso che vigono anche fuori dal mondo del free-climbing: non si danneggia la vegetazione, non si danneggiano eventuali edifici o manufatti (recinzioni, steccati, etc. …) e non si infastidiscono gli animali che vivono in quel luogo. Un esempio relativo a quest’ultimo caso sono i nidi/tane di animali che si incontrano spesso nelle falesie dell’Umbria: da poco (Aprile 2011) è stato trovato un nido di un bellissimo rapace notturno sulla via “Luna Rossa” al Balcone. Immediatamente i climber che se ne sono accorti hanno appeso un cartello sul primo fittone della via avvisando i “colleghi” che quella via non si può scalare fino a quando gli ospiti non avranno deciso di volarsene via.

Non sono solo però gli animali ad avere bisogno di un minimo di tutela in falesia, ma anche gli arrampicatori, che spesso devono essere tutelati dagli altri climber. Molti tendono a dimenticare che la propria libertà finisce dove inizia quella degli altri: in falesia non si è a casa propria e un minimo di educazione e rispetto per il prossimo è d’obbligo. Alcune “norme” non scritte che penso sia utile ricordare:

  • Non si urla in continuazione.
  • Non si mette musica ad alto volume.
  • Non si disturba chi sta provando una via difficile.
  • I CANI VANNO TENUTI AL GUINZAGLIO o quantomeno vanno sistemati in modo da non disturbare il prossimo: non tutti gradiscono i cani in falesia, non tutti amano la compagnia di un essere peloso che gironzola per la falesia, magari sporcando ed abbaiando.
  • Stesso dicasi per i bambini (ad eccezione del guinzaglio!): a volte i “piccoli” possono risultare davvero fastidiosi, specialmente quando è richiesta concentrazione. Fare sicura o scalare con il sottofondo di un kindergarten affollato risulta abbastanza difficile e di sicuro è poco divertente.
  • Evitare, specialmente in falesie piccole, di occupare con il proprio materiale 500 mq di spazio: tutti hanno lo stesso diritto di accesso in falesia.
  • Non si possono monopolizzare le vie: anche state provando un tiro difficile, non potete lasciare la corda montata con tutte le protezioni tutto il giorno e pretendere che nessun altro ci scali. E’ buona “educazione” permettere che anche altri climber provino la “vostra” via. Se non volete che magari scalino con la vostra corda –una riserva legittima secondo me- almeno concedetegli un giro con i vostri rinvii.
  • Se invece volete provare una via già montata, chiedete prima il permesso al proprietario del materiale.
  • Se state provando una via molto “affollata”, evitate di fare dei tentativi da un’ora e un quarto: magari ci sono altri climber che si son fatti anche tre ore di auto per venire a scalare quel tiro, mettetevi nei loro panni e pensate che tutti hanno gli stessi diritti. Anche il vostro assicuratore ve ne sarà grato.
  • Sempre sulle vie “affollate”: quando si prova una via, è buona cosa dare ogni tanto una spazzolata alle prese ed ancora di più va fatto quando non si è i soli a provare un tiro. Allo stesso modo, dopo aver scalato, rimuovere se possibile i segni di magnesite fatti per evidenziare le prese.
  • Non fare i “perfidi reucci locali” (definizione presa da “Jolly Power”): se siete di casa in una falesia e qualcuno chiede informazioni su dove scaldarsi, quali sono i tiri migliori, etc… siate disponibili e cortesi. Trovarsi in una falesia sconosciuta con qualcuno che ti dice poco o nulla di ciò che andrai a scalare e che probabilmente ti “gufa contro” potrebbe facilmente rendere la giornata poco piacevole. Meglio evitarlo al prossimo, no?

Se avete eventuali osservazioni o critiche da fare, la discussione è aperta. Se volete saperne di più, visitate il sito del Access Fund (USA).

Bonne Grimpe!

The Fanatic Search 2 !

Trailer “The Fanatic Search 2 – A Girl Thing” from WORKLESSCLIMBMORE Climbing Video on Vimeo.